Sicilia, Favignana, la mattanza del tonno

06/01/2026 Giampiero Amoroso

Sicilia, Favignana, la mattanza del tonno

Fotografie di Giorgio Allegretti, 1985

La mattanza di Favignana è una tradizione di pesca del tonno praticata nell’arcipelago delle Egadi, in Sicilia.

Per secoli, proprio in quel periodo, gli uomini delle tonnare aspettavano pazienti il passaggio dei grandi tonni rossi, animali possenti che seguivano rotte antiche quanto il Mediterraneo stesso. Era allora che iniziava la mattanza, un rito più che una semplice pesca, un gesto collettivo tramandato di padre in figlio.

All’alba, le barche scivolavano sull’acqua immobile, mentre le reti già calate formavano un labirinto silenzioso. I tonni, enormi, spesso sopra i cento chili, entravano nelle camere di questo dedalo senza rendersene conto. Le loro carni erano considerate tra le più pregiate: rosse, grasse, compatte. Una parte importante del loro valore stava nelle gonadi, delicatezze ricercate soprattutto dai mercati orientali. Il Giappone, lontanissimo dalle isole siciliane, attendeva con impazienza quei tonni per trasformarli in sushi e sashimi.

Il momento finale era solenne e feroce. Nella camera della morte, i tonnaroti si muovevano all’unisono, guidati dal rais, il capo della tonnara. Le sue parole e le voci dei pescatori si univano nella cialoma, il canto che scandiva il ritmo del lavoro e sembrava quasi voler placare l’anima del mare. La rete veniva sollevata e l’acqua si agitava di forza e colore: era la mattanza, spettacolo potente e crudele che per secoli ha nutrito famiglie e comunità.

Oggi quel mondo è svanito. I tonni sono sempre meno: l’inquinamento e i cambiamenti del mare ne hanno rarefatto la presenza, ma soprattutto la pesca industriale li intercetta molto prima che raggiungano le coste. Le tonnare volanti, immense flotte moderne, catturano i banchi in alto mare, lasciando alle antiche tonnare solo ricordi e reti vuote.

Così, la mattanza è diventata quasi un’eco del passato. A Favignana, Bonagia o San Vito lo Capo, sopravvive magari in qualche dimostrazione per i turisti, in un museo, in una storia raccontata dai vecchi pescatori. Ma nell’immaginario siciliano rimane un rito identitario, uno squarcio di tradizione scolpito nel sale e nel vento, simbolo di un rapporto antico e profondo fra l’uomo e il mare.

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